IL COMPORTAMENTO criminale, come la febbre, è un sintomo, non una malattia; e le sue cause sono diverse. Ma quali sono queste cause? Biologiche, sociali? o le une e le altre insieme? Da almeno cent' anni i criminologi si affaticano sulla questione, avanzando di volta in volta spiegazioni che nuovi episodi di violenza - come i fatti di Bruxelles o le "notti brave" dei giovani della "Milano bene" - rimettono in discussione. Due studiosi americani, James Wilson, professore di scienze politiche, e Richard Herrnstein, psicologo sperimentale, propongono ora, in un imponente volume appena uscito negli Stati Uniti, il loro modello dell' aggressività umana; anzi, una vera e propria teoria generale della criminalità (Crime and Human Nature, Simon & Schuster, pagg. 640, dollari 22,95). I due autori esordiscono elencando una serie di dati incontrovertibili: le aggressioni, gli scippi e gli altri crimini di "predazione" nelle strade sono prerogativa di individui giovani e di sesso maschile. Gli atti criminali violenti sono più frequenti nelle grandi città che non nelle piccole; la criminalità è un tratto di famiglia, nel senso che i violenti sono in genere figli o parenti di violenti; i delinquenti più pericolosi cominciano la loro carriera criminale molto precocemente; la prigione è generalmente inefficace come mezzo di riabilitazione, anzi può addirittura incoraggiare il delitto. Questi dati, dicono Wilson e Herrnstein, sono validi in qualsiasi contesto e latitudine, nei paesi sviluppati come nei paesi in via di sviluppo. E' dunque possibile trarne un identikit del delinquente abituale, o addirittura elementi per prevedere il comportamento violento? Limitiamoci ai delinquenti di strada, che costituiscono la categoria numericamente più vasta e recidivante. Il criminale di strada è dunque un giovane (dopo i quaranta si ha una remissione spontanea del comportamento violento) di sesso maschile (anche le donne possono impugnare la pistola, ma sono l' eccezione), con scarso quoziente di intelligenza e di bassa estrazione socio-economica (i criminali "dal colletto bianco" colpiscono in genere una volta sola - a meno che non siano dei maniaci - e risentono molto, sul piano morale, di una eventuale condanna). Applicando a questo gruppo di sociopatici cronici i criteri standard della psicologia comportamentale, gli autori arrivano alla conclusione che questi individui si volgono al delitto perchè la ricompensa (il "rafforzamento", in termini skinneriani) appare loro maggiore e più immediata di quanto non sia la punizione. Assaltare un negozio, bruciare un' auto, accoltellare il rivale sono comportamenti che danno immediata gratificazione sotto forma di sfogo dell' ira, di acquisizione di danaro o altro, mentre nel momento in cui il comportamento criminoso ha luogo, l' arresto rimane nel limbo degli eventi futuri. Si dirà che tutto ciò è intuitivo. Ma l' uso del pur semplice modello consente agli autori di mettere un po' d' ordine nel mare magno delle opinioni sulla sociopatia. E' chiaro, per esempio, dicono Wilson e Herrnstein, che il meccanismo sopra ricordato può scattare in individui che hanno uno scarso senso del futuro. Ecco dunque una prima caratteristica del criminale abituale: l' incapacità di prevedere e di programmare. Un' altra caratteristica, che questa volta è la psicologia dell' età evolutiva a farci scoprire, riguarda l' affettività. Nella prima fase della vita, diciamo fino ai tre anni e mezzo di età, il bambino ha bisogno di un punto di riferimento, di una persona che si occupi stabilmente di lui. In mancanza di questa persona, egli crescerà senza curarsi dell' approvazione o della censura che le sue azioni riscuotono, nè maturerà sensi di colpa. E lo stesso accadrà se sarà punito o premiato senza meritarlo. Oltre che a questi scompensi nella fase dell' "imprinting", gli autori volgono la loro attenzione al fattore ereditario: la famosa diatriba tra "natura e cultura". Per veder chiaro in quell' intreccio di determinanti biologiche e di condizionamenti culturali che sta alla base del comportamento criminale, nessun gruppo umano è più adatto dei gemelli identici, autentico laboratorio che madre natura mette a disposizione della criminologia. Come è noto, i gemelli identici si sviluppano da un unico uovo fertilizzato ed hanno quindi lo stesso corredo genetico, mentre i gemelli fraterni provengono da due uova diverse, fertilizzate da spermatozoi diversi e quindi condividono solo metà, press' a poco, del patrimonio genetico. A partire dagli anni Venti, in Europa e negli Stati Uniti sono state studiate 1500 coppie di gemelli; si è visto così che i gemelli identici sono più simili nella propensione al crimine rispetto ai gemelli fraterni. Un criminologo danese, Karl Christiansen, ha esaminato i precedenti penali dei gemelli nati in una determinata regione della Danimarca dal 1881 al 1910, accertando che quando un gemello identico veniva colto in fallo dalla giustizia, il suo omologo aveva generalmente il doppio di probabilità di trovarsi anch' egli con la fedina sporca rispetto a un gemello fraterno nella stessa condizione. Ad analoghe conclusioni si è arrivati studiando il curriculum di migliaia di ragazzi adottati: quelli che hanno genitori adottivi incensurati, ma i cui genitori biologici si sono macchiati di un delitto, hanno trascorsi penali più frequenti rispetto ai giovani con genitori biologici incensurati e genitori adottivi pregiudicati. Pare dunque accertata la presenza di un "marcatore" genetico del comportamento criminale. Il dottor Frank Elliot di Philadelphia ha affermato all' ultimo convegno internazionale di psichiatria biologica che "anomalie cerebrali" sono presenti nel novanta per cento dei violatori della legge; ma l' elettroencefalogramma non è in grado di rivelarle. Allo stesso convegno la dottoressa Maureen Polsby si è mostrata ancora più sicura: ha sostenuto che il cervello del criminale di strada è come periodicamente immerso in un bagno di amfetamina, "la droga della violenza": la causa del fenomeno sarebbe il cattivo funzionamento di un enzima. Non essendo cultori di neuroscienze, Wilson e Herrnstein evitano di entrare nel merito di queste ipotesi. Mentre i biopsichiatri coltivano l' ambizione di curare un giorno la sociopatia con le moderne tecniche dell' ingegneria genetica, le proposte anticrimine dei due autori si limitano a misure abbastanza ovvie, come sottrarre i bambini ai genitori violenti, assistere le ragazze madri, investire maggiori risorse nella medicina neonatale. Ma la ricerca delle cause ambientali che stanno all' origine del comportamento criminale non è meno elusiva di quella caccia al "cromosoma della violenza" che ebbe inizio, in un certo senso, con Cesare Lombroso. In fondo, anche dopo la monumentale opera di Wilson e Herrnstein, resta un mistero perchè mai un ragazzo abbandonato diventi un delinquente e un altro, altrettanto abbandonato, si metta invece a scrivere poesie.
di GIOVANNI MARIA PACE
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