Lombroso liquidò Tolstoj:
genio ma pazzo
E lo scrittore ricambiò:
«Che vecchietto ingenuo e limitato»
APPUNTAMENTO IN RUSSIA
Lo scienziato venne ricevuto dal narratore nella sua mitica tenuta di Jasnaja Poljana: i due si parlarono a lungo ma senza smuoversi dai rispettivi pregiudizi
Quante cose erano successe, nella Parigi del 1889. All' Esposizione universale, francesi e stranieri avevano potuto ammirare la gigantesca silhouette della Tour Eiffel. Al museo del Louvre, parigini e turisti avevano scoperto la mostra per il centenario della Rivoluzione francese: le posate di Danton, gli occhiali di Carnot, le maschere mortuarie di Robespierre e di Marat E al secondo congresso internazionale d' antropologia criminale, l' italiano Cesare Lombroso si era visto offrire la possibilità di dimostrare in corpore vili la sua famosa teoria intorno ai caratteri anatomici del delinquente nato. Davanti al cranio di Charlotte Corday, la ragazza che nel 1793 aveva ucciso Marat nella vasca da bagno, a colpo sicuro Lombroso aveva indicato la fossetta occipitale mediana: il segnale più sicuro di ogni vocazione criminale! Poco importa che numerosi antropologi presenti al congresso parigino si fossero pronunciati senza mezzi termini contro la fondatezza di questa teoria. Che in piena età di Darwin, Lombroso ragionasse ancora come Lamarque. Che i titoli delle sue pubblicazioni spaziassero senza ironia da La ruga del cretino e L' anomalia del cuoio capelluto a Perché i preti si vestono da donne. Fatto sta che in quell' ultimo scorcio dell' 800 l' alienista torinese poteva ben passare per lo scienziato più importante d' Europa. Al punto che nell' estate del 1897, quando si aprirono a Mosca i lavori del XII congresso internazionale di medicina, gli organizzatori accolsero con giubilo la notizia che Lombroso si era messo in viaggio per la città russa. I dettagli di quella spedizione sono raccontati nel libro di un valente storico della scienza, Paolo Mazzarello. La sosta a Budapest, dove non solo professori, studenti, giornalisti, ma folle intere di cittadini comuni (e di ammalati speranzosi) stringono d' assedio l' albergo di Lombroso. La testa fra le nuvole dello scienziato in ferrovia, che a giorni alterni smarrisce il portafoglio, gli occhiali, la valigia. L' apoteosi moscovita, con l' invito dello zar in persona a lasciare una modesta pensioncina per trasferirsi sontuosamente al Cremlino. I responsabili russi del congresso che coinvolgono l' italiano nelle sessioni di anatomia, antropologia, istologia, e gli offrono la presidenza della seduta plenaria sulle malattie mentali. L' israelita Lombroso ammirato da tutti, nella Russia delle espulsioni di massa degli ebrei da Mosca e dei pogrom nelle campagne. Ma non è soltanto per illustrare lo straordinario successo delle teorie lombrosiane nella Europa fin de siècle che Mazzarello ha voluto scrivere questo libretto sul viaggio del 1897. Risaliva a quell' anno la pubblicazione del volume Genio e degenerazione, dove Lombroso si era proposto di sviluppare la propria tesi di una «degenerazione epilettoide del genio». Ebbene, il viaggio in Russia rappresentò per lui l' occasione di mettere la teoria alla prova attraverso l' incontro con un «uomo di genio» che Lombroso sospettava, appunto, di non essere più altro che un pazzo. Qui, non si trattava di maneggiare l' ossidato teschio di una fanatica assassina, ma di riconoscere nel romanziere più famoso del mondo le stigmate del mattoide. Quanto Mazzarello ha soprattutto voluto è descrivere (secondo il sottotitolo del suo saggio) La strana visita di Lombroso a Tolstoj. Lasciata Mosca in direzione sud, con un giorno di viaggio l' alienista raggiunse il genio nella mitica tenuta di Jasnaja Poljana: là dove il conte Tolstoj conduceva la bizzarra sua vita fatta di tutto e del contrario di tutto, isolamento creativo e coltivata ospitalità, tentazioni suicide e scrupoli vegetariani, exploit sportivi e accensioni mistiche, pose contadinesche e capricci aristocratici, attivismo pedagogico e insopportabile egotismo. Giunto a destinazione, Lombroso scoprì (così nella sua testimonianza successiva) «un vecchietto piccolo, molto malfermo sulle gambe, che nell' aspetto dimostra molto più dei suoi 62 anni». Il medesimo vegliardo, peraltro, l' indomani diede prova di una eccezionale forza fisica sollevando «a braccio teso» Lombroso da terra e spingendolo in alto come un «cagnolino». Il genio e l' alienista non erano fatti per piacersi. Nulla fece Tolstoj per celare la sua «nota antipatia contro i medici», da lui considerati come la casta più odiosa della società. Quanto a Lombroso, dovette ammettere che lo strano conte con l' aspetto di un mugik non aveva nulla del «degenerato» ch' egli si aspettava di trovare. Quando l' italiano si congedò dal russo, nessuno dei due aveva cambiato d' una virgola il proprio (pre)giudizio sull' altro. Nel suo diario Tolstoj annotò: «È venuto Lombroso. Vecchietto ingenuo e limitato». E nell' ultima sua prova narrativa, Resurrezione, fece a pezzi le teorie lombrosiane sopra l' ereditarietà fisica e la delinquenza atavica, la moralità delle pene e l' utilità del carcere. Mentre Lombroso, leggendo il romanzo e poi recensendolo, si trovò a rimpiangere l' idea stessa della visita a Tolstoj, tutto quel fiato «sciupato a vuoto». Scienziato e romanziere appartenevano a due mondi entrambi bene intenzionati, ma non comunicanti. Quello ateo dell' ebreo Lombroso era il mondo di una religione scientista insieme granitica e superficiale, generosa e severa, politicamente progressiva eppure culturalmente reazionaria. Quello evangelico del cristiano Tolstoj era il mondo di una santità laica altrettanto tenacemente perseguita nel microcosmo di Jasnaja Poljana, che visibilmente inadeguata a sanare le piaghe di una società arcaica. Se all' incontro-scontro del 1897 va riconosciuto un merito, questo sembra consistere nella smentita di troppo facili certezze del nostro presente sui confini tra fede e ragione o tra natura e cultura. Né Lombroso né Tolstoj sarebbero oggi reclutabili a buon mercato nell' esercito dei «relativisti» o nelle bande dei «teo-con». Il criminologo Cesare Lombroso nacque il 6 novembre del 1835 a Verona. Si laureò a Pavia nel 1858. Fu psichiatra (nel 1871 Lombroso ottenne la direzione del manicomio di Pesaro), antropologo e criminologo. Tra i suoi scritti, «Genio e follia» (1864), «La medicina legale dell' alienazione» (1873), «L' uomo criminale» (1875), «L' uomo delinquente» (1879) e «Il crimine, causa e rimedi» (1899). Morì a Torino il 19 ottobre 1909.
Luzzatto Sergio
Pagina 35
(7 gennaio 2006) - Corriere della Sera
(7 gennaio 2006) - Corriere della Sera
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